
From the landscape to the ashtray
Sono arrivato alla Faup tre anni fa, un giorno di metà settembre. Sono arrivato di corsa, perché le lezioni iniziavano il giorno seguente e le graduatorie delle ammissioni erano uscite il giorno prima. Avevo già visitato Porto e la scuola, ma era stata solo una visita e non un arrivo.
La pioggia si alternava a netti raggi di luce, che nel pomeriggio illuminano, filtrati dagli alberi, la mensa e i tavoli fuori. Quando arrivi alla Faup la prima volta ti colpiscono i volumi delle cinque torri, che si stagliano sul Douro; e la stecca, che si appoggia sul terrapieno dell’uscita dell’autostrada. Osservi le tettoie e le finestre a nastro, che tagliano il bianco solido con ombre lunghe e fessure nere.
La memoria che segue é già di Progetto quattro, l’esame più ambito.
Il tema di progetto é una scuola, e la Faup, da luogo di quasi villeggiatura si trasforma in territorio da esplorare. Inizia lo studio del programma e delle relazioni fra le funzioni. Scopri che ogni torre ospita le classi di un anno di corso, che la quarta torre, quella della piscina seca, é tagliata perché gli studenti un anno lavoravano.
Si avvicina la prima consegna con la presentazione dell’ implantação, si studiano i limiti del lotto e della Faup. Scopri che Siza cerca sempre di disegnare i limiti dell’edificio paralleli ai lati del lotto. Il modello é in polistirolo bianco, attacchi i volumi fra loro con piccoli chiodi, facili da porre quanto da levare, come in un gioco. Con questo approccio rapido e scultoreo al modello, inizi a studiare i dettagli significanti: le inclinazioni della stecca e le torri tutte differenti. Non sono esercizi di stile ma rilievi di una stessa catena montuosa, ognuna diversa perché in natura non esiste una montagna uguale ad un’altra.
La notte prima della consegna si fa nottata e si dorme nella propria torre, come in un libro della Rowling. Sorge il sole e ti rendi conti che la luce si diffonde omogeneamente nella stanza, perché le finestre a nastro corrono sul lato lungo dell’aula.
La seconda consegna prevede le piante, e la ludicità iniziale si trasforma in ossessione. Provi a disegnare delle curve e il professore ti chiede di giustificarle. Il tuo pensiero corre alla rampa nella sala delle esposizioni, un emiciclo, con la curva verso la strada e il lato del diametro verso le torri e il fiume. É uno spazio a doppia altezza che non ti aspetti, diviso dal muro della rampa in una semicirconferenza minore e in una galleria illuminata dall’alto da luce indiretta. Capisci che forse é meglio giocare semplice, più umile. Torni a sviluppare soluzioni neoplastiche e capisci che alla Faup si divina Siza ma si insegna Souto.
Il percorso dalla entrata alla biblioteca, il mio preferito, determina la volumetria attraversandola. Inizia a valle sotto le torri come una linea dell’acqua e finisce nel crinale dei ballatoi della biblioteca.
É marzo e si avvicina la terza consegna con strutture, prospetti e materiali. Inizi a percorrere la Faup toccando i muri come per uscire da un labirinto di dettagli, percuoti le pareti per capire se sono piene o vuote, ti avvali di più sensi possibile perché la vista non basta. Il giardino é un ventaglio. Le poche solitarie colonne definiscono sempre uno spazio. É tutto disegnato: corrimano, controsoffiti, sedie, infissi e rivestimenti.
É così che, se poni attenzione, incontri strani oggetti dalla forma affusolata appesi alle pareti, che scopri essere posaceneri.
All’ultima consegna segue una festa, il bar é nella grotta sotto la prima torre mentre chi vuole appartarsi può scegliere di andare in terrazza, due archetipi dell’abitare e del festaggiare. Tutte queste soluzioni, con le loro variazioni, rendono la Faup qualcosa di più di un edificio, la rendono un paesaggio.
Siza ha insegnato solo pochi anni nella facoltà, ma la Faup é una lezione continua di architettura.
Un insieme di norme che ne hanno fatto una scuola e una serie di eccezioni, dal paesaggio al posacenere, che per me, ne hanno fatto una seconda casa.