
Touristocracy
The Death and Life of Great Tourist-historic Cities
This article has been published in: Marzo, Ferrario, Bertini (ed). Between Sense of Time and Sense of Place, Designing Heritage Tourism. Lettera Ventidue, Siracusa, 2022. ISBN 978-88-6242-673-2
You can buy the book here. The following text is an old italian version written in 2018, that evolved in the published english text.
The collage is by me and it’s an update of The Allegory of Good and Bad Government. This Fresco is a representation of how the “good” city works, and the collage represents how the historic good city is now a theme park for tourists. The text navigates and eviscerates some commons platitudes and mystifications and proposes some paradoxes to understand the phenomenon better. The second part of the title is a tribute to the great Jane Jacobs. This research was developed with the economic support of the PhD Scholarship of the Fundação para a Ciência e a Tecnologia (FCT)
Turistocrazia é una parola composta da turista e da “crazia” che in greco antico significa potere. Turistocrazia significa dunque “potere del turista”.
Turismo è un “ismo” derivato dal termine Grand Tour, entrato in uso nell’ottocento in seguito alla nascita del primo viaggio organizzato.
Nel linguaggio e nella bibliografia corrente si incappa spesso nella definizione di Industria del turismo. Questa definizione svilisce l’etimologia della parola industria, che deriva dal latino “struere” ossia fabbricare, da cui il significato di operosità.
Il turismo produce principalmente refezioni e souvenir, entrambi generalmente di bassa qualità al di fuori del turismo gastronomico, mentre per il resto è basato sul consumo di beni già esistenti.
Il turismo, secondo la definizione del Cambridge Dictionary online, significa «the business of providing services such as transport, places to stay, or entertainment for people who are on holiday.»
Questa definizione è calzante poiché sottolinea tre aspetti fondamentali. Il primo è che il turismo riguarda la fornitura di servizi, e non la fabbricazione di prodotti. Il secondo è che si tratta di un’attività commerciale (“business”) e non un’attività culturale. Il terzo aspetto è che il turismo si pratica nelle ferie, quando siamo in vacanza.
Il fenomeno del turismo come lo conosciamo oggi nasce infatti con due rivoluzioni: le ferie e il trasporto di massa, su rotaie e via mare. Le ferie si diffondono nella seconda metà del 1800, mentre la ferrovia nasce all’inizio dello stesso secolo. La ferrovia partecipa alla generazione del turismo in quanto offre per la prima volta la possibilità a un gruppo di persone consistente di spostarsi velocemente. Questa congiuntura di fattori permette la concretizzazione del primo viaggio organizzato: nel 1841 Thomas Cook organizzò una gita di un giorno del tragitto di 11 miglia in treno in Inghilterra, a seguito della quale fondò l’omonima agenzia di viaggi. L’avvento dei voli low-cost sta al turismo di massa come l’invenzione della locomotiva fu legata all’invenzione del turismo.
Grandi gruppi di persone che si spostano velocemente per raggiungere una meta nel loro tempo libero, questa è l’origine del turismo. Automobile e voli low-cost hanno provocato la più recente espansione del turismo che lo hanno portato a essere uno dei maggiori settori commerciali del pianeta.
Sia per il fatto di ospitare stazioni, porti e aeroporti, sia per il fatto di essere i luoghi in cui più fortemente si esprimono identità e tradizioni di un popolo, le città sono ambitissime mete turistiche. La turistocrazia si esprime con la sua massima potenza dove l’accentramento di beni, cultura e tradizione é maggiore: nei centri delle città. Anche se oggi non è più corretto utilizzare il concetto di città, si dovrebbe utilizzare il concetto di urbanizzazione, il termine centro città è invece appropriato per affrontare il tema del turismo.
Touristocracy
Il turismo, come definito dal Cambridge Dictionary, é praticato dalle persone che sono in vacanza. La vacanza é un momento di svago, in cui siamo interamente a disposizione del nostro tempo. La necessità delle vacanza deriva dal doversi riposare dal lavoro e dunque ben si accompagna alla ricerca di comodità, di comfort. Per questa ragione risparmiamo durante l’anno per andare in vacanza, per potersi permettere delle comodità. In questa successione di ragionamenti si nasconde la prima manifestazione della turistocrazia: quando siamo in vacanza, vogliamo e sentiamo la necessità di un potere di acquisto molto maggiore rispetto alla quotidianità. Quando andiamo in ferie vogliamo essere e siamo la versione ricca di noi stessi, la versione agiata dotata di tutti i comfort. Questo vale per tutti i turisti. Immaginiamo lo scenario in cui due popolazioni di due stati, con culture diverse fra loro e dunque suscettibili di essere meta turistica, abbiano esattamente la stessa situazione economica. Una popolazione va in vacanza nella capitale dello stato dell’altra popolazione e viceversa. Dato che, quando andiamo in vacanza consideriamo un ammontare di spesa giornaliera molto maggiore rispetto alla normalità, si crea la situazione paradossale per cui durante le ferie i visitatori sono più ricchi dei residenti, pur avendo lo stesso potere d’acquisto in patria.
Questa è probabilmente fra le ragioni più diffuse del disprezzo dei turisti, ossia il fatto che si permettono di consumare in delle attività commerciali con dei prezzi molto più alti della media, con un qualità non all’altezza del prezzo. Prezzo giustificato dalla posizione in un luogo di particolare interesse. Quando siamo turisti e facciamo dei compromessi in nome del relax, delle ferie e della ricerca delle comodità.
Ad ampliare questa forbice e a aumentare il divario fra il consumatore in patria e il consumatore in ferie, sta la differenza fra queste due categorie. I consumatori in patria sono un gruppo in cui i componenti variano lentamente con il passare del tempo, mente il turismo é un flusso di consumatori. Quando usiamo le parole abitante o residente parliamo di una persona che appartiene al gruppo degli abitanti di quel luogo per un periodo di tempo più o meno prolungato. Quando utilizziamo la parola turista ci riferiamo a una persona che appartiene al gruppo di turisti in quel luogo per un periodo limitatissimo. é il flusso, ossia la continua circolazione di persone con un potere di acquisto temporaneamente superiore che genera il problema della turisticizzazione. Questa riflessione si lega a una grande mistificazione lessicale, ossia all’uso del termine gentrifcazione in relazione al turismo. La gentrifcazione, come dalla definizione data dal coniatore della parola, significa sostituzione di un gruppo di abitanti con un altro gruppo di abitanti dotati di un potere di acquisto maggiore dei precedenti. La parola turisticizzazione invece, sempre nell’ambito dell’utilizzo di beni immobili, é la sostituzione di un gruppo di abitanti con un flusso di turisti. Riprendendo l’esempio delle due popolazioni con stesso potere di acquisto che si visitano l’un l’altra: ogni abitante delle due popolazioni potrà vivere nella parte più degna di essere visitata di una città solo quando si trasforma in turista.
La differenza di prezzi del mercato dell’alloggio turistico é giustificata dall’intensità del flusso (di massa). La parte più degna di essere visitata, quella che simbolicamente é più rappresentativa della cultura che vogliamo visitare, é solitamente il centro. Il binomio della parola “visita” e “centro” suggerisce una altra riflessione linguistica. Il viaggio infatti differisce dalla visita in quanto rappresenta l’atto dello spostamento, il percorso. Il concetto della visita, al contrario, include in sé l’esistenza dell’oggetto della visita. Visitare, essendo un verbo transitivo, esige un oggetto diretto, una meta. Questa é la differenza linguistica chiave fra il viaggiatore e il turista, l’equilibrio all’interno delle proprie ferie fra l’atto del viaggio e il tempo passato nella meta. La risoluzione della diatriba sull’esistenza di una differenza fra turista e viaggiatore si può rafforzare con l’approfondimento della questione del consumo e del tipo di servizi di cui viene fatto uso.
Quando siamo in ferie consideriamo di utilizzare un ammontare di denaro maggiore rispetto a quello che spendiamo nella nostra quotidianità feriale. Questo si traduce in un utilizzo di servizi e attività commerciali a cui i residenti non fanno ricorso. Siamo turisti quando consumiamo e sfruttiamo servizi che non sono utilizzati dai residenti, quindi la differenza fra praticare turismo e non, consiste nella scelte di consumo che facciamo. Risulta difficile continuare a usare la parola turista in quanto rappresentativa di un gruppo di persone mentre è necessario concentrarsi sulla condizione temporanea della pratica del turismo.
Potremmo definire il turismo come una modalità di gestione delle ferie basata sulla meta e non sul viaggio, con un consumo di beni e servizi più dispendioso rispetto a quella degli autoctoni di un luogo. Risulta chiaro che la parola turista può essere sostituita con la parola visitatore, ma non viaggiatore.
La supremazia della meta nelle nostre ferie genera una feticizzazione. Eliminando la dimensione del viaggio, riponiamo nella meta tutte le nostre aspettative. Con l’intenzione di ottenere il miglior esito possibile dalle nostre ferie, diventa necessario conoscere il meglio della meta prescelta e conseguentemente visitare gli elementi simbolici che meglio comunicano l’identità del luogo. Il turismo consiste nel visitare le mete più visitate e e le mete più visitate di ogni meta. Praticare il sightseen, letteralmente vedere le viste già viste. D’altronde se non fossero già ampiamente viste e visitate non sarebbe turismo sarebbe un viaggio.
The Death and Life of Great Turistic Cities.
I centri storici sono grandi detentori di identità, per cui sono grandi attrattori di turismo. “The semiotics of turism” (Culler, 1990) lega i concetti di segno e di alibi sviluppati da Roland Barthes con la pratica del turismo:
«The tourist is not interested in the alibis a society uses to refunctionalise its practices. The tourist is interested in anything as a sign of itself, an instance of a typical cultural practice: a Frenchman is an example of a frenchman, a restaurant in the quartier latin is an example of a Latin Quartier restaurant, signifiyng “Latin Quarties restaurantness”»
Roland Barthes afferma che nel momento in cui la società esiste, ogni uso è convertito in segno. Il turista, essendo in vacanza e dunque non avendo nessuna reale necessità, è solo alla ricerca del segno. Le città si riempiono di segni e si svuotano di funzioni, siano esse gli alibi di Barthes o altro. Ma questa abbondanza di segni nei centri delle città non è stata la sola ragione dell’ urbanicidio diffuso a cui stiamo assistendo.
Nel libro “Il selfie del mondo”(D’eramo, 2017) si rintraccia l’origine della diffusione del concetto di patrimonio in quanto eredità culturale, origine a cui viene collegata l’intuizione che questo patrimonio potesse diventare anche un patrimonio economico.
«Nei vari paesi prendeva sempre più piedi l’idea che il passato foss una risorsa da sfruttare economicamente, e quindi fosse necessario creare un dispositivo di leggi che ne permettesse, favorisse e insieme assicurasse lo sfruttamento. Non a caso proprio negli anni in cui l’Unesco varava i World Heritage invalse tra gli operatori del settore e nei comunicati ministeriali la metafora mineraria[...]»
Ed è questo che sono oggi le città storiche-turistiche, o meglio i centri storici turistici: dei musei a cielo aperto in cui ogni metro quadrato ha un valore di mercato per il turismo molto maggiore che per qualunque altra attività o funzione della vita di un abitante.
«History has become heritage, heritage has become an urban resource, and this resource supplies a major ‘history/heritage industry’, which shapes not merely the form but the functioning and purpose of the ‘commodified’ city.» (Ashworth, Tunbridge, 2000)
La dizione città museo è sempre più di uso comune, il che significa che sempre più persone riescono a percepirne i problemi soggiacenti.
La musealizzazione dei centri storici e l’ossessione per la conservazione creano delle riserve, ossia quegli ambienti che non hanno più la possibilità di evolvere e di cambiare, come descritti da Gilles Clement in contrapposizione al terzo paesaggio. Il che suggerisce che una volta che un centro città é turisticizzato difficilmente potrà tornare a una condizione precedente.
La condizione di riserva è definita geograficamente dai cartelli che segnalano l’entrata in un’area protetta dal World Heritage. La mono funzionalità contemporanea dei centri storici, l’intensità del flusso di consumatori e tutti i dispositivi che vengono usati per creare questo set di condizioni, risultano estremamente aderenti al concetto di non luogo (Augé,2009) e alla descrizione del Parco a tema di Micheal Sorkin:
«The theme park presents its happy regulated vision of pleasure -all those artfully hoodwinking forms- as a substitute for the democratic public realm , and it does so appealingly by stripping troubled urbanity of its sting, of the presence of the poor, of crime, of dirt, of work. In the “public” space of the theme park or the shopping mall, speech itself is restricted: there are no demonstrations in Disneyland.»
È proprio per la presenza preponderante dello stesso flusso di turisti che diversi centri storici in diverse città finiscono per somigliarsi tra loro. Somiglianza che, ironicamente, si manifesta in primo luogo con la grande quantità di mezzi meccanizzati di spostamento: autobus rossi a due piani e tuk-tuk.
Conclusione
Fino a non troppo tempo fa i centri storici erano considerati le ancore identitarie dell’area urbanizzate intorno a essi. Gli abitanti della periferia si riconoscono nel centro, la parola stessa periferia deriva dal greco e significa circonferenza, qualcosa che sta intorno qualcos’altro.
Ma oggi, che è impossibile idealizzare un centro storico turistico, sempre più disegnato e gestito non per i residenti ma per i flussi di turismo, in che maniera gli abitanti delle aree urbanizzate non storiche definiscono e riconoscono un’identità collettiva? Questa è una delle domande più importanti che architetti, urbanisti e cittadini si devono porre, non tanto per trovare una soluzione alla disneyficazione, ma per trovare alternative e soluzioni per la continua espansione del fenomeno dell’urbanizzazione.
La narrazione della storia come comunicazione di un’identità, smette di avere una funzione di costruzione dell’identità nel momento in cui questa narrazione é rivolta a un flusso di consumatori e non alle persone che si relazionano quotidianamente con quelle identità. Oggi per andare alla ricerca dell’identità di una città storica dobbiamo andare dove gli abitanti vivono, quindi sempre più nelle periferie. Invece che un Grand Tour dovremmo fare un Ground Tour (Tomassini, 2018). Un’alternativa, se è la ricerca dell’autenticità a guidare la scelta delle nostre ferie, sarebbe di andare ospiti da qualcuno e non pagare l’affitto della casa di qualcuno, come è oggi Airbnb. Se ci interessa in particolare il patrimonio culturale di una comunità, allora probabilmente una buona lista da cui attingere idee potrebbe essere la lista delle candidature al World Heritage, e non la lista dei siti già inclusi, poiché probabilmente già turisticizzati.
Alla fine, se davvero non ci piacciono i turisti, se davvero nelle nostre ferie abbiamo fame di avventure e non ci vogliamo accontentare del placebo dei parchi a tema, basterebbe non scegliere una meta prudente, che é già su siti e riviste e di cui ci hanno già parlato i nostri conoscenti.
Basterebbe scegliere una meta sconosciuta e godersi il viaggio.
Bibliografia
Ashworth, Gregory. Tunbridge, John. The Tourist-Historic City. Elsevier Science, 2000, Oxford. ISBN ISBN 0-08-043675-7.
Augé, Marc. Non-luoghi. Eleuthera, Milano, 2009. ISBN 9788889490662
Clement, Gilles. Manifesto del terzo Paesaggio. Quodlibet, Macerata, 2004. ISBN 88-7462-0489
Culler, Jonathan. Semiotics of Tourism. in The American Journal of Semiotics ; Kent Vol. 1, Iss. 1/2, (1981). pag. 127-140. ISSN 0002-8762
D’Eramo, Marco. Il Selfie del mondo. Feltrinelli, Milano, 2017.pag.91.ISBN. 978-88-07-10527-2
Sorkin, Michael (ed.). Variations on a themepark. Hill and Wang, New York,1994.
Tomassini, enrico (Ed.). The Ground Tour. Social Design Reader, Vienna, 2018. ISBN 9783752861280


